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Umana-mente di Eliana Macrì

Umana-mente

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Socrate e la sua ironia

Luglio 2021


Socrate era un tipo alquanto bizzarro, passava intere giornate a camminare per l’agorà, sia che piovesse sia che facesse caldo, indossava un semplice chitone e niente sandali. Per noi è alquanto anomalo e forse lo era anche nell’antica Grecia se le testimonianze lo riportano come un tratto distintivo. In Asia non lo è. Un amico mi ha raccontato di avere conosciuto in Malesia una donna scalza in giro per il mondo, o meglio stava compiendo il giro del mondo a piedi nudi per sentire il contatto con la terra e ritrovare quell’unità originaria che lega tutte le cose. Chissà che Socrate non la pensasse allo stesso modo, di certo non riteneva i sandali necessari per la vita di un uomo, come non lo erano tutti quei beni di lusso in mostra nei negozi di Atene, di fronte ai quali un giorno esclamò "Ma guarda di quante cose hanno bisogno gli ateniesi per vivere!"
Passano i secoli, cambiano i protagonisti, ma certe cose restano sempre le stesse.
Socrate non sentiva nemmeno il bisogno di scrivere, l’unico motivo della sua vita era il dialogo con chiunque avesse la fortuna o la sfortuna di trovarsi sul suo cammino. Era assetato di conoscenza e la via da seguire era quella del confronto, del dialogo con gli altri uomini.
Proprio perché non scrisse nulla, per potere fare la sua conoscenza dobbiamo affidarci alle testimonianze dei filosofi a lui contemporanei o posteriori. Primo fra tutti l’allievo Platone che scrisse le sue opere sotto forma di dialoghi il cui protagonista è sempre Socrate.
Ma perché il filosofo dai piedi scalzi decise di non lasciare nulla di scritto?
In realtà è proprio Platone a fornirci la risposta nel Fedro, uno dei suoi dialoghi più belli: la scrittura non darà la sapienza ma la presunzione del sapere. E se ci riflettiamo bene è un po’ quello che accade oggi: nell’era del web e dei computer, l’universo della comunicazione si è trasformato in un universo sostanzialmente scritto. Se da un lato assistiamo al tramonto del libro come mezzo di trasmissione e conservazione del sapere dall’altro vi è un’esplosione della scrittura. E questo lo aveva predetto il filosofo francese Jacques Derrida nel suo libro Della Grammatologia del 1967, il quale affermava che l'enorme irruzione del potere della scrittura sarebbe passata sottogamba semplicemente perché la scrittura è qualcosa che c'è sempre stato, vecchia come le piramidi.
Oggi, in effetti, si scrive tantissimo e più che mai oggi tutti credono di essere esperti su tutto persino in quei settori, quali la medicina, che richiedono anni ed anni di preparazione ed esperienza.
Ma il sapere deve smascherare la verità e non per un gusto erudito, bensì perché la verità è la condizione indispensabile per la giustizia. E questo lo sapeva bene Socrate che nel 399 a. C. subì un ingiusto processo e una condanna da parte di alcuni esponenti del restaurato governo democratico.
Cosa pensare della giustizia, se la democrazia, la forma considerata migliore di governo, mette a morte un uomo giusto? Un uomo la cui unica colpa è stata quella di insegnare a pensare. Un uomo che non ha fatto altro che cercare la verità negli uomini stessi attraverso il dialogo, fermando tutti politici, poeti, artisti, in ogni angolo di strada e tempestandoli di domande, gettando in loro il germe del dubbio, costringendoli a guardare nel profondo della loro anima. Sempre nel Fedro, Socrate dice: “Ma cosa vuoi che mi possano insegnare gli alberi e la campagna, quando qui in città ho a disposizione tutti gli uomini che voglio e così istruttivi?”
Uomini così o li ami o li detesti.
Platone nel dialogo Lachete racconta che chiunque veniva avvicinato da Socrate, qualunque fosse l’argomento della conversazione, non poteva più andare via senza prima aver reso conto di sé. E poi c’è Diogene Laerzio, il quale ci dice che i suoi interlocutori per potersene liberare lo prendevano a pugni e gli strappavano i capelli.
Un rischio da correre. Lo Zarathustra di Nietzsche dovette scendere tre volte dalla montagna per annunciare il suo messaggio e gli uomini non erano ancora pronti a sentire la verità. L’uomo del mito della caverna di Platone venne deriso se non addirittura ucciso dai compagni che non volevano ascoltare la verità. Un rischio che costò un bicchiere di cicuta a Socrate e un dialogo a Platone l’Apologia di Socrate.
A quei tempi non esisteva il Pubblico Ministero tantomeno avvocati difensori, l’accusa veniva formulata da un cittadino e l’imputato poteva al massimo ricorrere a un logografo, uno scrittore di discorsi di difesa che venivano poi imparati a memoria.
Socrate, il padre dei discorsi, decise di difendersi da solo. Niente pietismi, mogli con bambini piccoli che si strappano i capelli dal dolore, solo la verità, a cui Socrate non manca di richiamare più volte i giudici il cui dovere è di onorare il vero.
Ma chi furono gli accusatori di Socrate? Meleto, Licone e Anito, guarda caso un poeta, un oratore e un politico. L’accusa era quella di corrompere i giovani, non riconoscere gli dei della città, credere ai demoni e praticare culti religiosi estranei.
Ma come può corrompere un uomo che non ha fatto altro che insegnare ai giovani a pensare? Se solo ci rendessimo realmente conto dell’arma di cui disponiamo, il pensiero. Un uomo che non ha preteso di insegnare alcuna verità. Un uomo che incarnava il limite umano, che ha insinuato il dubbio in quella che ogni uomo fino a quel momento ha creduto essere la verità. Mettere in discussione non significa necessariamente annichilire ma infondere il movimento, il soffio vitale che è dialogo e conoscenza.
Socrate, mostrando la sua assoluta ignoranza, fingeva di volere imparare dal suo interlocutore e lo incalzava di domande, scavava nelle sue argomentazioni fino a metterlo di fronte alle sue stesse contraddizioni, e l’arma di cui si serviva era l’ironia, l’arte di interrogare dissimulando. Un’arma che assedia la sua preda e l’aggredisce sfiorandola. L’interlocutore spogliato delle sue vecchie armi e purificato dall’ironia è adesso pronto per essere iniziato alla vera conoscenza, una conoscenza che dovrà partorire dal suo stesso ventre. Come la madre Fenerate accompagnava le donne nel cammino verso la nascita di una nuova vita, così il figlio Socrate accompagnava gli uomini nel cammino verso la nascita di una nuova verità, una nuova conoscenza che è ricerca perenne e sempre perfettibile.


Eliana Macrì


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